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AREE TEMATICHE

LA VIOLENZA DI GENERE

...segue da Convegno/Dibattito per la Notte Rosa, facciamo luce sulla violenza!

 

1. CHE COSA È LA VIOLENZA DI GENERE?

Con il termine violenza di genere si intende qualsiasi forma di violenza perpetrata contro le donne, basata dunque sul genere, sulla donna in quanto donna. Si tratta di una serie di condotte che comportano nel breve o nel lungo periodo un danno sia di natura fisica, che di natura psicologica ovvero esistenziale. La violenza di genere è considerata una forma di violazione dei diritti umani, così come espressamente previsto dalla Convenzione di Istanbul per la “prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, sottoscritta dall'Italia il 27 settembre 2012 e ratificata dal governo Monti l'11 dicembre 2012.

Si tratta del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza.

La Convenzione di Istanbul è più che esplicita: parte dal presupposto che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali e culturali per cui le donne sono costrette ad una posizione subordinata rispetto agli uomini, per cui auspica che gli stati membri si impegnino a garantire l'uguaglianza di genere de jure e de facto tra i due sessi; al contempo mira a favorire l'autonomia e l'autodeterminazione delle donne e a potenziare la prevenzione, promuovendo cambiamenti nei comportamenti socio-culturali degli uomini. Facendone una sintesi, la convenzione tutela le donne contro qualsiasi forma di violenza che possa sorgere nell'ambiente familiare ed extra familiare. Si legge espressamente nella Convenzione che “la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, comprendendo tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare, danno o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà sia nella vita pubblica che nella vita privata”.

 

2. PRINCIPALI FORME DI VIOLENZA DI GENERE

Dunque, partendo da quanto espressamente previsto nella Convenzione di Istanbul è utile definire quali siano le principali forme di violenza convenzionalmente previste:

 La violenza fisica: forma di violenza che comprende qualsiasi atto volto a far male ovvero a spaventare la vittima, e nella maggior parte dei casi a procurare lesioni. Rientrano tra le violenze fisiche, gli schiaffi, pugni morsi, percosse, colpi alla testa e nei casi più gravi gli strangolamenti e soffocamenti;

 La violenza psicologica: è forse la forma più pericolosa di violenza ed è costituita da una serie di atteggiamenti intimidatori, minacciosi e denigratori da parte del partner o ex partner. Essa comprende condotte quali, ricatti, insulti verbali, minacce, rifiuti, colpevolizzazioni, deprivazioni, umiliazioni; si tratta della forma di violenza più sottovalutata e spesso più pesante, proprio perché non riconosciuta all'inizio dalle donne che per reazione nei confronti degli insulti subiti si sentono in colpa.

 La violenza economica: forma di violenza che riflette una serie di atteggiamenti volti ad impedire che la partner diventi o possa diventare economicamente indipendente, al fine di poter esercitare su di lei un controllo indiretto ma molto efficace. Tra queste condotte rientrano l'impedimento di un posto di lavoro, la privazione o il controllo dello stipendio, la privazione di alcun tipo di disponibilità economica della propria partner (ad es. non aver accesso a un conto bancario, privazione del bancomat etc.).

 La violenza sessuale: si tratta della forma più grave di violenza, comprendente tutte quelle condotte rientranti nelle molestie sessuali, aggressioni sessuali commesse con violenza, costrizione e minaccia.

 

3. EXCURSUS NORMATIVO IN MATERIA DI VIOLENZA DI GENERE

1) 1996: riforma dei reati di violenza sessuale
2) 2009: introduzione reato di atti persecutori
3) 2012: riforma per la tutela dei minori
4) 2013: l.119/13 sul femminicidio

1) 1996: Riforma dei reati di violenza sessuale

Il primo intervento normativo di particolare rilevanza pratica per ripercorrere l’excursus storico-normativo italiano in materia di violenza di genere, è la riforma dei reati di violenza sessuale, adottata dal legislatore nel 1996.

Il legislatore, nel 1996, ha pertanto valutato l’opportunità di intervenire, introducendo una riforma importantissima dal punto di vista normativo per contrastare il fenomeno della violenza di genere, perché per la prima volta, nel nostro ordinamento tali reati vengono qualificati nel nostro codice penale come reati contro la persona e non come reati contro la moralità pubblica.

Questo accade per la prima volta, soltanto nel 1996, soltanto 20 anni fa: da un punto di vista normativo, il nostro sistema penale era notevolmente indietro rispetto agli altri ordinamenti giuridici europei. È gravissimo che fino a venti anni fa colui il quale compiva una violenza sessuale su una donna si rendeva responsabile, non di un reato contro la persona, ma di un reato che offendeva la moralità pubblica e il pubblico costume.

Ed inoltre sempre nel 1996 per la prima volta, viene introdotto all'art. 609 bis il reato di violenza sessuale, all’interno del quale sono confluite due condotte che prima costituivano due autonome fattispecie di reato: la violenza carnale e gli atti di libidine violenta. Tale articolo prevede espressamente che “chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.”

Si parla adesso per la prima volta di ATTO SESSUALE: nel concetto di atto sessuale, rilevante ai fini della norma, si coglie l’aspetto di maggior rilievo della riforma dei reati sessuali del 1996. A differenza della previgente disciplina fondata sul distinguo tra congiunzione carnale ed atti di libidine, la condotta vietata dalla norma in esame comprende oltre ad ogni forma di congiunzione carnale, qualsiasi atto che consista in un contatto corporeo, anche se fugace o estemporaneo, idoneo a porre in pericolo la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo nella sua sfera sessuale, e dunque anche il semplice palpeggiamento contrario alla volontà della persona offesa.

In secondo luogo si è innalzato il limite edittale per questo reato, a cinque anni di reclusione anziché a due, come nella previgente disposizione normativa. Ciò è di fondamentale importanza perché permette l'esclusione della richiesta di patteggiamento ex art. 444 c.p.p. da parte dell’imputato, quale rito alternativo premiale per quel che riguarda la trattazione del processo; tale rito, precedentemente ammesso per il reato di violenza sessuale, qualora fosse stato scelto dall’imputato, determinava una estromissione pressoché totale della persona offesa dal processo, la quale non aveva alcuna possibilità di intervento in merito alla formulazione della richiesta di patteggiamento da parte dell'imputato, e che quindi non aveva in alcun modo la possibilità di ottenere giustizia rispetto alla violenza subita.

2) 2009: Introduzione del delitto di stalking

Ulteriore intervento normativo di rilevante importanza è stato dato dall'introduzione nel 2009 nel nostro ordinamento del delitto di atti persecutori, il c.d. reato di stalking di cui all'art. 612 bis, che punisce con la reclusione da sei mesi a cinque anni il fatto di chi Con condotte reiterate minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un grave e perdurante stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

Si tratta di un reato di importazione anglosassone soprattutto per terminologia: termine che deriva dal verbo inglese “to stalk” che letteralmente significa “fare la posta” “avvicinarsi di soppiatto alla Preda”. Nel linguaggio comune esso è usato nel senso di "perseguitare, seguire, pedinare molestare, disturbare, assillare, ricercare"; si tratta dunque di una condotta persecutoria e molesta.

In altre parole si tratta di condotte intrusive, moleste, minacciose o violente tali da suscitare nella vittima disagio, fastidio, angoscia, paura e preoccupazione.

Attualmente purtroppo lo stalking è un fenomeno molto diffuso e preoccupante, le cui vittime sono in prevalenza persone di sesso femminile legate allo stalker da una pregressa relazione sentimentale.

Stando ai dati forniti dall’Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia (AIPC) risulterebbe vittima di stalking il 21% della popolazione; di queste vittime sarebbero donne l’86% e uomini solo il 14 %. Nell’80% dei casi peraltro, la parte lesa aveva una pregressa relazione sentimentale o un rapporto di amicizia o di colleganza lavorativa con il proprio stalker. Ed inoltre preoccupante risulta essere la c.d. “cifra nera”, poiché la maggior parte delle vittime non denuncia il proprio persecutore. Deve in ogni caso trattarsi di condotte reiterate: più telefonate, più pedinamenti, reiterate minacce, reiterati danneggiamenti e via dicendo. Si tratta di condotte che, se venissero considerate singolarmente, potrebbero anche risultare perfettamente lecite: una sola telefonata o l’invio di un sms; ma è per l’effetto della loro serialità e della loro ripetizione assillante e ossessiva, che questi atti vengono ad assumere una rilevante attitudine offensiva e una specifica carica di disvalore penale.

Lo stalker è un soggetto chiaramente disturbato dal punto di vista relazionale e psichiatrico che va ad assumere varie sfaccettature a seconda del dato caratteriale: soggetto risentito, soggetto respinto, soggetto bisognoso d'affetto, soggetto predatore.

E bisogna tener presente un dato oggettivo: tali soggetti anche nel momento in cui si trovano davanti ad una denuncia o ad un ammonimento da parte del questore, non desistono dal loro comportamento persecutorio, che è caratterizzato da una escalation di condotte sempre più gravi, idonee a determinare uno dei tre eventi richiesti dal reato in questione:

1 – il grave e perdurante stato di ansia e di paura;

2 – il fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona al medesimo legata da una relazione affettiva;

3 – l’alterazione delle proprie abitudini di vita.

Si tratta di eventi previsti in via alternativa e dunque , ai fini della realizzazione della fattispecie tipica, basta che se ne verifichi uno solo. In giurisprudenza, si è precisato che, ai fini dell’integrazione del reato in esame, non si richiede l'accertamento di uno stato patologico ma si ritiene sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell'equilibrio psicologico della vittima, considerato che il delitto di stalking non costituisce una duplicazione del delitto di lesioni il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che psicologica.

Con la disciplina normativa del 2009 sono state previste delle novità importanti: innanzitutto si è prevista una autonoma fattispecie di reato, per tali condotte persecutorie poiché prima spesso si riconduceva la fattispecie di stalking nell’ambito del reato di ingiuria, minaccia, calunnia, danneggiamento; ma si trattava di norme assolutamente inadeguate a tutelare la persona offesa perché non consideravano la violenza dello stalker come una violenza allo stesso tempo fisica, psichica e morale; infatti si tratta di un reato che tutela la libertà morale della persona offesa; inoltre il legislatore parla esplicitamente di relazione affettiva prescindendo dal vincolo matrimoniale; lo stesso intervento normativo del 2009 ha poi introdotto la misura cautelare di cui all’art. 282 ter cioè il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima e dai suoi prossimi congiunti o da persone comunque legate da relazione affettiva con la persona offesa.

Novità importanti sono poi state previste con la Legge 119/13 sul femminicidio che vedremo tra poco.

3) Riforma 2012 per la tutela dei minori

Altro intervento normativo importante è stato attuato nel 2012 sulla base della Convenzione di Lanzarote per la tutela dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale. Tale normativa, sebbene preveda tutele esplicite nei confronti dei minori, ha modificato sostanzialmente il reato di maltrattamenti in famiglia di cui all'art. 572 c.p. ora rubricato “maltrattamenti contro familiari e conviventi”.

Anche questo reato è di fondamentale importanza per comprendere il disvalore della violenza di genere. Si tratta di un reato che viene definito in dottrina e giurisprudenza come un “reato culturalmente orientato”: infatti, il legislatore del 1930, anno in cui è stato scritto il nostro codice penale tuttora vigente, di natura squisitamente fascista, non spiega minimamente in cosa consista la condotta di “maltrattare”. Questa è forse l’unica fattispecie di reato in cui la condotta non viene assolutamente descritta dal legislatore e coincide con la fattispecie di reato. L’unica certezza che abbiamo è che trattandosi di maltrattamenti, a livello semantico vi è la necessità di una pluralità di condotte, legate dal vincolo dell’abitualità. La scelta del legislatore del codice rocco di non descrivere dettagliatamente in che cosa consista la condotta di maltrattamenti è stata una scelta volontaria: in questo modo il giudice, discrezionalmente poteva decidere se una determinata condotta fosse suscettibile di rientrare o meno in tale fattispecie.

Questo perché si vive, ancora ai giorni nostri in una cultura patriarcale nella quale è normale pensare di “riaddrizzare” la propria moglie o i propri figli con condotte che non sono più soltanto quelle classiche delle aggressioni fisiche, ma che sempre più consistono in violenze psicologiche: vessazioni, umiliazioni o altre condotte che sempre più son idonee ad annientare la donna all'interno della famiglia. Tutto questo fa parte e faceva parte di una cultura generale: si pensi al fatto che alla donna, fino al 1963 non è stata mai data la possibilità di accedere al concorso in magistratura, perché proprio in quanto donna, non la si riteneva idonea ad esercitare la funzione giurisdizionale. Per questo si parla di “reati culturalmente orientati”.

Tornando alla riforma del 2012 per il delitto di maltrattamenti, occorre sottolineare come il legislatore ha risolto un problema interpretativo molto importante, poiché ci si era chiesti se tale reato potesse essere esteso anche all'ipotesi di maltrattamenti perpetrati ai danni di una convivente, nonostante la norma parlasse esclusivamente di familiari. In assenza di una normativa esplicita, interpretazioni giurisprudenziali estensive della norma in questione avrebbero potuto determinare una interpretazione analogica in malam partem, vietata dal nostro ordinamento. Pertanto adesso si è integrato il novero dei soggetti passivi del reato di maltrattamenti a chiunque sia comunque convivente con il reo, e pertanto anche nel caso di convivente more uxorio cioè nel caso in cui siamo in presenza di un rapporto tendenzialmente stabile instaurato tra due persone. Ma non si parla esclusivamente di convivenza more uxorio e pertanto i maltrattamenti possono essere ricondotti anche a tutti quei casi in cui vi sia una convivenza indipendentemente dal fatto che siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione e dunque anche nel caso di una convivenza fra studenti, indipendentemente da un rapporto sentimentale.

4) 2013: L. 119/13 sul Femminicidio

Infine, occorre soffermarci sulle nuove norme introdotte per il contrasto alla violenza di genere contenute nel Decreto Legge n. 93 del 2013 convertito in legge il 15 ottobre 2013, nota come Legge sul Femminicidio. Sulla base delle indicazioni provenienti dalla Convenzione di Istanbul concernente la lotta contro la violenza sulle donne e in ambito domestico, la legge 119/13 mira a rendere più incisivi gli strumenti per la repressione penale di determinate condotte particolarmente odiose come i fenomeni di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e atti persecutori.

Il governo, in piena estate 2013 ha pertanto ritenuto di intervenire a seguito del susseguirsi di fenomeni criminali di elevato allarme sociale, stavolta utilizzando lo strumento della decretazione d'urgenza prevista dall’art. 77 della nostra Costituzione e il presidente della Repubblica ha ritenuto che vi fossero i requisiti di necessità e urgenza legittimanti l'emanazione del decreto legge.

Nella premessa del decreto legge, poi convertito in legge si evidenziano le seguenti finalità: “il susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno delle donne e il conseguente allarme sociale che ne è derivato, rendono necessari interventi urgenti, volti ad inasprire per finalità dissuasive il trattamento sanzionatorio per gli autori di tali fatti, in determinati casi introducendo misure di prevenzione, finalizzate ad una tutela anticipata per le donne vittime di ogni tipo di violenza domestica.” Pertanto il legislatore è intervenuto esclusivamente in chiave emergenziale, senza analizzare le radici culturali della problematica del femminicidio.

Si parla di Legge sul Femminicidio anche se né il codice ne la stessa legge in esame forniscono una definizione di femminicidio; pertanto sarà utile adottare le definizioni già esistenti nel linguaggio comune e nella letteratura criminologica.

La definizione fornita dal più recente Dovoto-Oli identifica con il termine femminicidioqualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione o di annientare l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.” In altri termini si tratta di qualsiasi forma di violenza esercitata sulla donna in quanto donna.

Il legislatore, anche se non fornisce una definizione di femminicidio, descrive attentamente cosa debba intendersi per violenza domestica, all'art. 3 della stessa legge, stabilendo che con l’espressione violenza domestica, si riconoscono tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all'interno della famiglia o del nucleo familiare o tra persone legate, attualmente o in passato, da un vincolo di matrimonio o da una relazione affettiva, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.

4 - NOVITÀ PREVISTE DALLA LEGGE 119/14

Ora, sarà pertanto opportuno soffermarci brevemente sulle principali novità previste da tale intervento normativo, che possono essere suddivise in:

4.1. novità che concernano un potenziamento di tutela per la persona offesa;

4.2. novità che riguardano il delitto di maltrattamenti in famiglia (art.572 c.p.) e il delitto di atti persecutori (art. 612 bis);

 

4.1. - Novità previste dalla L. 119/13 a tutela della persona offesa

La tutela della persona offesa, si è sempre ritenuto dovesse essere equiparata a quella del giudicando. In precedenza, il ruolo della persona offesa era abbastanza marginale soprattutto nella fase delle indagini in cui la stessa non è parte processuale fino a quando non si costituisce parte civile. Oggi, con tale intervento normativo, vi è un importantissimo potenziamento del ruolo della persona offesa, che viene, anche in sede di indagini preliminari, quasi completamente equiparata alle garanzie di tutela previste per l'indagato. Attraverso tale intervento normativo, la persona offesa inizia ad essere tutelata fin dal momento delle indagini in cui presenta la propria denuncia.

Infatti la prima novità è relativa alla modifica dell'art. 101 c.p.p.: secondo il nuovo disposto di tale articolo del codice di rito, adesso sussiste in capo al Pubblico Ministero nonché alla Polizia Giudiziaria, al momento dell'acquisizione della notizia di reato, l'obbligo-dovere di informare la persona offesa della facoltà di nominare un difensore di fiducia.

Ma c’è di più: gli stessi, hanno anche l’obbligo di informare la vittima dei reati di violenza di genere della possibilità di richiedere il patrocinio a spese dello stato, cioè la possibilità, di ottenere l'assistenza legale gratuita a prescindere dai limiti reddituali normativamente previsti. Tale modifica è stata introdotta al fine di dare compiuta attuazione alla Convenzione di Istanbul, recentemente ratificata, che impegna gli stati firmatari a garantire alle vittime della violenza domestica il diritto all'assistenza legale gratuita. Si tratta di una novità estremamente importante perché nella maggior parte dei casi, le donne vittime di violenza sono donne, che dopo tutte le violenze subite, lo stato di shock in cui si trovano dopo aver trovato il coraggio di denunciare, e soprattutto anche a causa del loro status socioculturale, non immaginano nemmeno la possibilità di poter avere un difensore con determinate competenze in materia, e spesso si trovano in aula a raccontare fatti di violenza orribili senza un difensore accanto che possa intervenire durante l'assunzione della testimonianza in dibattimento. Arrivare ad un processo, per una donna spesso non è un punto d'inizio, ma un punto di arrivo, perché nessuno può immaginare quanto può essere difficoltoso per una donna vittima di violenza arrivare a denunciare quanto da lei subito, e ripercorrere davanti agli organi giudicanti gli atti di violenza precedentemente perpetrati nei suoi confronti. Dover raccontare in un aula di tribunale le violenze subite è una cosa estremamente complessa.

Ed è proprio qui che si configura un'ulteriore novità della normativa del 2013 a tutela della persona offesa: la legge sul femminicidio prevede la possibilità di acquisire testimonianze con modalità protette (art. 498 c.p.p) allorquando la vittima sia una persona minorenne o maggiorenne che versa in uno stato di particolare vulnerabilità. Questa è una disposizione importantissima, perché la Convenzione di Istanbul, per tutelare le vittime vulnerabili di determinati delitti, impone agli Stati Membri l'assunzione della testimonianza in processo con modalità protette quali ad esempio la videoconferenza. Le vittime di questi reati (maltrattamenti e stalking) hanno in primo luogo il diritto di essere tutelati dal processo. Il nostro codice di procedura, che già prevedeva all'art.498 comma 3 ter c.p.p. l’utilizzo di modalità protette per la testimonianza del minore, adesso prevede anche al comma 4 quater che vengano utilizzate tali modalità anche quando la persona offesa è maggiorenne e si procede per reati di violenza sessuale, stalking, maltrattamenti; in questi casi il giudice assicura che l'esame venga condotto anche tenendo conto della particolare vulnerabilità della stessa persona offesa, desunta anche dal tipo di reato per cui si procede, e ove ritenuto opportuno, dispone a richiesta della persona offesa o del suo difensore, l'adozione di modalità protette. Questa è una novità estremamente rilevante, necessaria sia per spegnere un eccessiva attenzione mediatica che a volte determinati casi si portano dietro, sia per tutelare la vulnerabilità delle vittime del reato, perché spesso l’intimidazione della vittima avveniva proprio fuori dall’aula del processo, in attesa dell’assunzione della testimonianza, in cui la stessa donna viene ad incontrarsi con il proprio aggressore.

Inoltre, proprio nell’ottica di tutelare le vittime dei reati di violenza il legislatore, ha altresì previsto la trattazione dei processi per il reato di stalking, maltrattamenti, violenza sessuale, con priorità assoluta: è dunque necessario che il processo venga trattato nella maniera più veloce possibile. Con questa disposizione il legislatore non ha fatto altro che calcare la mano sulla sua volontà di tutelare la persona offesa sia nel processo che dal processo.

Ulteriore modifica normativa che potenzia e valorizza il ruolo della persona offesa nelle indagini preliminari è l’art. 408 comma 3bis il quale prevede che nei casi in cui si tratti di indagini in corso per i delitti commessi con violenza alla persona, l'avviso di richiesta di archiviazione del p.m., è notificato a cura dello stesso alla persona offesa, indipendentemente dal fatto che la stessa ne abbia fatto richiesta, e il termine per l’eventuale opposizione alla richiesta di archiviazione è elevato a 20 gg. Anche questa è una disposizione molto importante a tutela della persona offesa che si lega strettamente alla novità dell'informazione alla persona offesa circa la possibilità di avere un difensore. Perché? Perché precedentemente, a meno che le querele non fossero presentate direttamente dal legale della vittima in Procura, la persona offesa che si trovava a sporgere denuncia in una Stazione di Polizia, a meno che non si trattasse di un Agente di p.g. premuroso e accorto, non poteva essere assolutamente a conoscenza del fatto che il nostro codice prevede una norma che attribuisce la possibilità alla persona offesa di essere informata su una eventuale richiesta di archiviazione da parte del p.m., in modo tale che nei confronti della stessa possa proporre una opposizione. Adesso invece, il legislatore prevede che il p.m., quando si tratti di reati commessi con violenza, indipendentemente che la stessa persona offesa ne abbia fatto richiesta nella denuncia, abbia il dovere di informare la p.o. della relativa richiesta di archiviazione.

Norma molto simile viene introdotta anche per le richieste promosse dall'indagato di revoca o modifica di una misura cautelare in atto di cui all’art. 299 c.p.p. qualora sia stata applicata nell'ambito di un’indagine per un delitto di atti persecutori, maltrattamenti in famiglia ovvero qualsiasi altro delitto commesso con violenza alla persona. Adesso l’art. 299 c.p.p. prevede che durante la fase delle indagini preliminari, qualora sia fatta richiesta di revoca o sostituzione delle misure cautelari, la richiesta deve essere contestualmente notificata a cura della parte richiedente, anche se proposta dal p.m., a pena di inammissibilità della richiesta stessa, ai servizi socio assistenziali, al difensore della persona offesa, o in mancanza di questo alla persona offesa. Trattasi dunque di una norma importante a tutela del diritto di informazione della persona offesa.

Inoltre attraverso tale legge sono altresì state introdotte delle misure di prevenzione per condotte di violenza domestica: nei casi in cui alle forze dell'ordine sia segnalato in forma non anonima, un fatto che debba ritenersi riconducibile nell'ambito della violenza domestica, il questore, anche in assenza di querela, può procedere, assunte le informazioni necessarie da parte degli organi investigativi e sentite le persone informate sui fatti, all'ammonimento dell’autore del fatto. Il questore può richiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento l’applicazione della misura della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi.

Anche dal punto di vista sostanziale, e quindi nell’ambito del codice penale, sono stati riconosciuti, e dunque introdotti normativamente due concetti fondamentali:

1) riconoscimento normativo del concetto di relazione affettiva: viene previsto un aggravamento di pena sia per i reati di violenza sessuale che di stalking allorquando il reato sia stato commesso da una persona che sia legata alla persona offesa da una semplice relazione affettiva, a prescindere che vi sia un rapporto di coniugio esistente o pregresso tra le parti ovvero una semplice relazione di fatto o che vi sia convivenza. La relazione affettiva viene quindi vista come un fattore potenzialmente criminogeno che può determinare l'insorgere di violenze di particolare gravità;

2) riconoscimento normativo della violenza assistita: concetto già riconosciuto a livello giurisprudenziale che si verifica allorché il minore assiste agli atti di violenza perpetrati dal marito nei confronti della moglie. Il Decreto Legge del 2013 aveva previsto un aggravamento di pena qualora il reato di maltrattamenti fosse commesso alla presenza di un minore di anni 18. Ma in sede di conversione della legge si è ritenuto necessario estendere tale aggravante ad una serie più ampia di reati, e pertanto si è abrogato il secondo comma del 572 c.p. configurando, tra le aggravanti comuni di cui all’art. 61 n.11 quinques c.p. l’aggravante della violenza assistita, che prevede un aumento di pena per i reati non colposi contro la vita e la libertà personale, quando la vittima è un minore infraquindicenne o quando il reato è commesso in presenza di un minore di anni 18.

 

4.2. - Novità previste dalla L. 119/13 in materia di atti persecutori e maltrattamenti in famiglia

Per quel che riguarda invece le novità in materia del reato di maltrattamenti in famiglia e stalking occorre fare le seguenti precisazioni:

in primo luogo come abbiamo detto, per entrambi questi reati è stata prevista la possibilità di accesso al patrocinio a spese dello stato anche se la vittima del reato si trova al di sopra delle soglie reddituali;

viene esteso ai delitti di maltrattamenti in famiglia e stalking il ventaglio delle ipotesi di arresto obbligatorio in flagranza: pertanto gli ufficiali o gli agenti di pg nel momento in cui colgono l'autore dei reati di maltrattamenti in famiglia o di stalking in flagranza di reato possono privare della libertà personale il presunto autore, a fronte di una querela dettagliata e precisa che racconti tutto ciò che è successo nel periodo precedente, perché si tratta pur sempre di reati procedibili a querela della persona offesa;

viene prevista la misura precautelare dell'allontanamento urgente dalla casa familiare di cui all'art. 384 bis c.p.p.: infatti viene stabilito che in presenza di gravi indizi di colpevolezza di violenza sulle persone o minaccia grave e di serio pericolo di reiterazione di tali condotte con gravi rischi per le persone, il p.m. o gli ufficiali di p.g. previa autorizzazione del p.m., hanno facoltà di disporre l'allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa;

per quel che riguarda il delitto di stalking il legislatore del 2013 ha introdotto le seguenti novità: possibilità di prorogare solo una volta le indagini in materia di stalking; possibilità di intercettare in materia di stalking; viene innalzata la pena massima fino a 5 anni per permettere l'applicazione della custodia cautelare in carcere; viene ampliato l'ambito di applicazione dell'aggravante, perché è previsto un aumento di pena, non soltanto qualora la relazione affettiva sia terminata e vengano poste in essere condotte persecutorie, ma l'aggravante viene estesa anche ai fatti commessi dal coniuge pure in costanza di vincolo matrimoniale o da persona che è legata alla vittima da relazione affettiva, nonché a quelli perpetrati da chiunque, con strumenti informatici o telematici (il c.d. ciber stalking).

Inoltre viene prevista l'irrevocabilità della querela per il delitto di atti persecutori nei casi di gravi minacce ripetute (ad es. con armi). Pertanto la legge di conversione nel tentativo di limitare la possibilità che la donna potesse mettere a tacere tutto nell'ipotesi in cui la situazione conflittuale andasse scemando rimettendo la querela, ha stabilito che la querela può essere rimessa solo in sede processuale, cioè davanti al giudice che ha dunque la possibilità di valutare la genuinità di tale rimessione. Su questo aspetto della irrevocabilità della querela occorre soffermarsi attentamente: il reato di stalking nell'ipotesi non aggravata, è punibile a querela della persona offesa. Ciò significa che è necessario, affinché si instauri il procedimento, che la persona offesa dal reato richieda formalmente che il colpevole venga penalmente punito, e può essere oggetto di rimessione con conseguente estinzione del reato stesso (previa accettazione da parte del querelato). In tal senso, la procedibilità a querela per il reato di stalking risultava assolutamente ostativa ad una efficace tutela per le vittime di reato. Questo perché la maggior parte delle volte le vittime hanno paura di querelare la persona che le tormenta: paura per se, per ritorsioni nei confronti di coloro che la circondano, ma a volte paura anche per lo stesso stalker perché non bisogna sottovalutare che spesso si tratta di una persona ben conosciuta dalla vittima. In questi casi spesso la vittima tende ad evitare una querela nella speranza che tutto cessi nel più breve tempo possibile e soprattutto per evitare problemi ad una persona in cui in passato si è provato dell'affetto sincero.

Bene, ciò premesso, il legislatore del 2013 prevedendo l'irrevocabilità della querela ha da un lato permesso che la giustizia faccia il suo corso e non venga bloccata da una rimessione della querela dietro la quale spesso e volentieri si celano minacce da parte dello stalker, ma dall'altro non ha risolto i problemi riguardanti il timore di sporgere querela, ed anzi potrebbe addirittura averli aumentati: e allora perchè non sostituire la procedibilità a querela di parte con una generale procedibilità d'ufficio che consentirebbe a chiunque venga a conoscenza di fenomeni di stalking, di far pervenire la notizia di reato alla autorità giudiziaria? La mancanza di coraggio della vittima potrebbe così essere compensata "d'ufficio" grazie alla iniziativa di parenti e amici della vittima medesima, che ragionando lucidamente e volendo aiutare davvero quest'ultima, deciderebbero di denunciare quanto accade. Questo perché spesso il più delle volte le vittime accettano passivamente la loro terribile condizione finendo per vivere in uno stato di vero e proprio terrore quotidiano e non riuscendo a capire che così facendo mettono in repentaglio non solo la propria salute, e purtroppo molte volte anche la loro vita perché sono numerosissimi i casi di stalking che sfociano in veri e propri omicidi, ma finiscono anche per far male al proprio persecutore che con il tacere si crede di proteggere, poiché anch'esso è una persona che va aiutata psicologicamente tramite specifici programmi di recupero.

L'auspicio per il futuro è che vi sia per tanto un maggior coraggio da parte delle vittime di questo reato: bisogna reagire e non celarsi, per timore, dietro ad un silenzio che non può far altro che peggiorare la situazione.

La reazione è sicuramente il primo passo verso la libertà! Solo se vi sarà questo coraggio e questa collaborazione reciproca che coinvolga contemporaneamente le vittime di reato, la magistratura, l'avvocatura, il legislatore, e le strutture statali per l'accoglienza delle vittime, allora si potrà sperare di combattere efficacemente questo fenomeno dalle dimensioni ormai allarmanti.

Avv. Eleonora Centonze